Spesso le storie pandemiche dimenticano chi era già in lockdown

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Spesso le storie pandemiche dimenticano chi era già in lockdown
"I am still here"

Ho appena finito I am still here. È l'ennesimo racconto che prova a fare i conti con ciò che per tanti e tante ha significato la pandemia: solitudine forzata, silenzio imposto, spazi svuotati del loro senso, tempo inesorabilmente dilatato, violazione del proprio corpo.

Gli angoli di queste storie sono molto vari, e mutano al cambiare delle condizioni materiali di chi le racconta: c'è chi sottolinea che vivere in pochi metri quadrati impatti la capacità di affrontare l'obbligo domiciliare; c'è chi mostra come rapporti conflittuali in ambito familiare o amicale rendano ancora più complesso sopravvivere a quei mesi (o anni); e poi c'è chi si schiera contro l'imposizione dall'alto, contrario alla rinuncia forzata di alcune libertà, che siano corporee, salutari, familiari o altro.

Sin dai primi mesi pandemici (mi riferisco, ovviamente, all'era COVID), mi sono sentito una merda nei confronti di tutte queste storie, che fossero complessi e stratificati romanzi, o post sfogo sui social network (soprattutto i secondi).
Mi sentivo una merda perché, ma questo l'ho capito solo qualche tempo dopo, il periodo pandemico è stato per me un periodo bellissimo.

Oddio, "bello" forse è un termine eccessivo. I termini più adatti forse sono "utile", "produttivo", "funzionale": in quei mesi, forse poco più di un anno in realtà, sono stato la persona che non riuscivo a essere prima, e che non sono più riuscito a essere dopo.
Il senso di quest'articolo non è però raccontare quante cose belle, utili, funzionali o produttive io abbia fatto durante la pandemia, e dunque non entrerò nel dettaglio del perché tutto questo sia accaduto (ma, se lo sfogo che sto scrivendo andrà dove credo, lo si capirà comunque).
Ciò che voglio dire è invece che molte delle condizioni che, durante il lockdown, sono state percepite come insopportabili, per me erano già la normalità.

Ed è per questo che molta della narrativa pandemica mi lascia la sensazione di un'occasione persa. Avete presente quando si guarda Matrix e si dibatte sul buco di trama dell'Oracolo, piuttosto che sulla metafora del mondo in cui viviamo? Ecco, all'incirca è la sensazione che ho provato, da persona che ha vissuto in "lockdown" molti anni della sua vita, nel leggere certi post e nell'ascoltare certi video.
Ma d'altronde, se proprio da Matrix può nascere il fenomeno redpill, posso davvero stupirmi?

È per tutto questi motivi che ascoltare i racconti di quei mesi mi ha sempre lasciato addosso una sensazione ambigua. Da un lato c’era l’empatia: il dolore di chi si sentiva costretto, limitato, schiacciato psicologicamente, era reale e tangibile. L’ho visto nelle persone che amo, nelle loro ansie, nella paura di perdere il controllo sulla propria vita, sul proprio corpo, sulle proprie relazioni.

Dall’altro, però, dentro di me covava una domanda: "quindi, prima di tutto questo, vi sentivate davvero libere?"

In quei mesi, si parlava delle città vuote come di scenari spettrali, di silenzi irreali, di spazi morti. Eppure io ancora oggi raramente riesco a vivere gli spazi pubblici senza sentirmi limitato nelle mie libertà, travolto. A volte, letteralmente (l'ultimo attacco di panico è stato qualche giorno fa, per l'inalazione di smog).

Travolto dal traffico, dal rumore, dalla fretta compulsiva, dalle persone ridotte a automatismi. È una pressione continua che si traduce in chimica che cambia il mio corpo e la mia mente: mi mette ansia, rabbia, paura, impatta il lavoro e le mie relazioni.
Uscire di casa spesso significa prepararsi a respirare smog, rumore, tensione.
Per questo, paradossalmente, la pandemia è stata uno dei pochi momenti in cui quegli spazi mi sono sembrati finalmente abitabili.

Anche in I am still here si parla del rapporto con gli spazi, del dolore di esserne separati, dell'abitudine a viverli in funzione del senso quotidiano. Per me è stato quasi il contrario: l’alienazione che gli spazi urbani mi provocavano si è momentaneamente attenuata.
Potevo finalmente passeggiare con Rum senza rischiare continuamente l'attacco del piccolo imprenditore che non vuole che l'animale passi davanti al suo locale; senza le auto ovunque, senza che il rider, schiacciato dai tempi della gig econmy, rischi di mettermi sotto in controsenso; senza le macchine sulle strisce o senza la doppia e tripla fila permanente; senza persone che urlano al telefono mentre attraversano lo spazio, come se appartenesse solo a loro, perché proprio i nostri spazi le abituano a ragionare in termini di strumento da attraversare e non contesto sociale da partecipare; senza il karaoke sotto casa, luogo del centro storico dove chi lavora sfoga rabbia e alcool perché questo è il modo in cui ci educano a vivere la settimana lavorativa, senza mai interrogarci su chi viva o addirittura lavori sopra, sotto, intorno a noi.
Questa, per me, è alienazione. Molto più di una piazza vuota che, almeno, resta una piazza.

In I Am Still Here si parla del "dover" diventare fantasmi, in assenza di persone capaci di "specchiare" il nostro essere, e del dover poi imparare, finita la pandemia, a tornare persone reali. Ma c’è chi non ha mai smesso di sentirsi un fantasma, chi già prima viveva un senso di alienazione costante.
E allora mi chiedo: cosa significa davvero “tornare a essere reali”? Bere un caffè fuori? Tornare alla routine? Essere immersi ogni giorno in rapporti spesso performativi, forzati, stanchi?

Perché io, fuori dalle mura domestiche, spesso continuo a fingere, soprattutto nel e per il lavoro che faccio. Fingo di reggere ritmi, interessi, dinamiche e modi di stare al mondo che non sento miei. Riesco a essere davvero me stesso solo in momenti rarissimi: quando incontro amici che comunque abitano a 30/40 minuti di strada, e che come me sono stanchi e diluiti dal lavoro e della vita; quando gli spazi esterni smettono per un attimo di sembrarmi ostili, nelle serate più fredde e nei giorni più torridi (dei quali, però, continuo ad avere sempre più paura, qui).

Durante il lockdown ho provato qualcosa che ancora oggi faccio fatica ad ammettere: sollievo. Un sollievo terribile, per il quale provo ancora una forte vergogna, soprattutto verso le persone che amo: mal comune, mezzo gaudio.
Dal mio sguardo, era come se, improvvisamente, il campo di gioco si fosse livellato: all'improvviso, gli altri erano costretti a sperimentare una forma di isolamento che io conoscevo già.

Di nuovo, questo sfogo non vuole essere una critica verso chi ha sofferto durante il covid. Ho vissuto accanto a persone terrorizzate da un nuovo lockdown (penso anche alla recente presenza mediatica del cosiddetto Hantavirus), che sia per motivi sanitari, economici, familiari o chissà che altro.
E so bene quanto le condizioni materiali abbiano reso quell’esperienza profondamente diversa per ciascuno: c’erano case diverse (penso ai fuori sede), famiglie diverse, possibilità diverse (anche solo a partire dalla metroquadratura della casa). Anch’io, probabilmente, ho vissuto bene quel periodo perché ero con persone con le quali stavo bene.

Forse, più semplicemente, questo sfogo rappresenta il mio desiderio di trovare UN'ALTRA, e non UN'UNICA, forma di racconto pandemico e post-pandemico. Una narrazione che usi l’esperienza pandemica per dire che ci sono persone che vivevano già così, prima che tutto questo venisse riconosciuto collettivamente, e che proprio per l'assenza di un riconoscimento collettivo di queste condizioni sono costantemente schiacciate da un senso di colpa maggiore.

Durante il lockdown esisteva (mi rendo conto, non per tutti e tutte) una causa esterna, evidente, condivisa: c’era una dimensione politica e collettiva che rendeva legittimo stare male. “Siamo tutti sulla stessa barca”, si diceva, anche se quella barca era molto diversa per ciascuno.
Se da un lato questa sensazione esacerbava il sentirsi schiacciati da un potere che prendeva forma più chiara e distinta rispetto al "normale" (penso a tutte le forme di imposizione sul corpo, sugli spazi, sulle libertà), dall'altro proprio questa evidenza rendeva più facile trovare un punto di riferimento contro il quale "resistere".

Fuori da quel contesto, invece, il disagio torna a essere individualizzato: se vivi male gli spazi, i ritmi sociali, il lavoro, la continua esposizione al rumore e alla performance, allora il problema sembri essere tu. La tua è un'incapacità personale di stare al mondo "normale", pre-pandemico e quindi "naturale".

Ma "noi" non siamo colpevoli per essere stati bene durante la pandemia, così come non è colpevole chi in quei mesi ha sofferto profondamente. E con "noi" intendo le decine di persone che mi hanno raccontato di aver vissuto una condizione simile, e non a caso, credo, tutti e tutte connesse in qualche modo al mondo dei videogiochi.

A entrambi questi gruppi viene detto che non hanno maturato gli strumenti per "stare al mondo" nel modo più consono possibile, ma io credo che sia il contrario.