Set yourself on fire - analisi

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Set yourself on fire - analisi
Set yourself on fire, Denhop

"I posti sono buoni sostituti delle persone. Se li frequenti abbastanza a lungo, puoi legarti a un luogo."

Set yourself on fire racconta la storia di due ragazze di una cittadina di un generico entroterra, in un occidente altrettanto non precisato.
La guerra, già esplosa al confine, è una presenza che impatta la vita di tutti: il padre della protagonista è stato chiamato al fronte; molti amici sono stati coscritti; gli aerei rombano nei cieli grigi del mattino.
Le protagoniste, adolescenti, outsider e un po' misantrope, si incrociano in una biblioteca vuota (come tutte le biblioteche), e da lì non si perdono più di vista.

L'una ha bisogno dell'altra, perché in un mondo così violento, incomprensibile e confuso come il nostro, solo amicizie e amore tengono in piedi corpi che, da soli, non sostengono il peso dell'anima.
I colori, i suoni e gli elementi tipografici danno ulteriori sensi, o quantomeno decise sfumature, ai testi già pieni di dolore, rabbia, malinconia e amore. Parole che descrivono, con tatto e fermezza, quello che ha passato un po' chiunque abbia vissuta quegli anni, quell'età, anche se spesso non lo ammette, non lo ricorda o, più tristemente, lo ha voluto dimenticare.

E questo indipendentemente dalle condizioni sociali e familiari delle due, decisamente al limite del "normato": una madre scomparsa e un padre coscritto l'una; violenze domestiche e apatia familiare l'altra.
Eppure, le due protagoniste sono quanto di più "normale" ci sia: menti che tentano di trovare un senso a un'esistenza altrimenti priva di agganci, di motivazioni.
E no, non si tratta solo dell'amore: si tratta dell'affetto verso i luoghi scoperti; della compassione verso le altre creature; del desiderio di scoperta del mondo; dell'ambizione di fare qualcosa; della speranza di un ritorno paterno.

Certo, una differenza sostanziale c'è: la guerra, tanto potente e onnipresenza da sostituire, nelle loro menti, le tragedie "familiari" interne, è una presenza asfissiante. Raramente si fa materia: la vediamo nello sporadico incontro di un soldato; nel sentire il rombo degli aerei; nella radio che riempie di rumore il silenzio terrificante del supermercato.

A tal proposito: in Set yourself on fire, le eterotopie sono spesso citate (scuola, ospedale, cinema), ma raramente fanno parte della scena. Sembra quasi che la speranza di dare un senso alla vita passi dall'inforestarsi: passeggiare, riposare, dormire, baciarsi tra gli alberi o sul prato sono atti costanti e quotidiani che, oltre a essere spesso associati ai momenti più solari, limpidi e colorati del gioco, sono anche quelli dove le due iniziano ad aprirsi a vicenda.

Quando l'eterotopia si palesa, lo fa nei panni dell'incubo: il supermercato, con la sua terrificante ripetizione, la sua compulsiva ossessività e la sua spaventosa accoglienza, paralizza e aliena; a scuola, le persone sono vacui corpi bui, che sembrano volersi riempire osservando ogni nostra azione. Al contrario, i luoghi "antropici" ma abbandonati, che mostrano un recupero, reintegro o riciclo della natura, rasserenano le protagoniste.

Ci sono dei momenti dove il potere, il controllo dello scorrere della storia, e quindi del mondo, ci viene tolto: non possiamo metter fretta a momenti intimi; non possiamo interrompere sogni così vividi; non possiamo rallentare il singhiozzo del cuore.
Ed è bellissimo scoprirsi meri spettatori di un momento che non è nostro, ma che ci viene offerto come dimostrazione di un amore così forte che restituisce senso a un corpo altrimenti già pronto a liberarsi dell'anima.

Ed è altrettanto forte la domanda che emerge dal guardare/giocare con le protagoniste: saremmo in grado, noi che della guerra notiamo solo le accise, di vivere la vita?

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