I nostri liquidi

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I nostri liquidi

Sono passate poche ore da quando te ne sei andato; da quando ho voluto smettere di farti soffrire. Sono bastati pochi istanti e qualcuno ha deciso per te, come ti è capitato per tutta la vita.

Mentre toccavo il tuo corpo, recettivo ma stanco e stordito, pensavo che se fossi stato tu a sopravvivermi, probabilmente avresti già mangiucchiato un po' di me. Almeno questo è quello che dicono gli etnocinologi che seguo su Instagram. Te ne ho parlato spesso, nelle nostre chiacchierate: essere mangiato da qualcuno che mi ama è la fine che vorrei per il mio corpo.

Io non so se tu mi abbia mai amato davvero. Nella mia mente e nelle mie pratiche quotidiane, ti ho spesso trasformato in un fratello, in un amico, in un confidente. Probabilmente, la verità è che sei stato un cane, capace di amare in un modo che io, bestia dannata dal possedere memoria e ricordo, non capirò mai.

Sin da ieri mattina, quando ho capito dal tuo boccheggiare che quelle sarebbero state le ultime ore insieme, i sensi di colpa mi schiacciano, opprimono ogni emozione, soffocano ogni respiro.

Sono devastato, Rum.

Continuo a chiedermi se ciò che ti ho dato sia stato sufficiente, sia stato coerente con quello che provo adesso, con quello che al mondo intero ho detto per anni su di te, me e il nostro rapporto. Di certo c'è che avrei voluto darti molto di più, amore mio.

Ma, lo sai bene, questa è la frase che meglio descrive la mia vita, ieri e oggi: "Avrei voluto dare".

Ho 33 anni, tra poco ne farò 34: sei stato con me per oltre un terzo della mia vita. A livello logistico, tra passeggiate, visite a mamma e papà, incontri con Chiara, sporadiche sessioni di agility e ancora più rare nuotate ad Altavilla, eri il centro della mia vita. Quando, schiacciato dalla colpa di vivere a Palermo, il mondo mi ha implorato, urlando e sbraitando, di andare a vivere a Milano, il vuoto provato era anche, soprattutto, legato alla tua assenza.

Quanti pomeriggi hai passato da solo, sdraiato per terra o (di rado) nella cuccia, mentre io giocavo ore e ore al gioco del momento, facendoti persino spaventare? Quante volte sei scappato via, tra le gambe di mamma o Barbara, per i miei scoppi di rabbia o gioia durante le partite dell’Inter? Quante volte sei rimasto a casa, solo, perché io volevo andare in Uzbekistan, a un evento, a vedere un monumento?

Eppure, se ho voglia di fare queste cose lo devo soprattutto, principalmente a te. Sai bene che il senso di colpa è l'emozione che occupa la gran parte del mio corpo; un impero che concede poche satrapie. Ma sai anche che tu hai fatto scaturire in me una forma evoluta di quel sentimento, vissuta con una forza mai sentita prima e mai rivista dopo: la responsabilità.

È per questo che mi hai salvato la vita. Ma questo tu non lo sai.

Anche questo processo di sfogo, di scrittura, di messa nero su bianco di cosa provo e sento, non è per te: tu sei carne non più viva. Io ho invece bisogno di parlarti ancora, e ti trascino di nuovo qui, nell'etere, come se fossi ancora capace di ascoltare ciò che ho da dire. Ieri sera ho fatto la nostra passeggiata, sono andato dove ti piace tanto fare la pipì, e ho parlato con te.

Tre giorni fa abbiamo fatto questa stessa strada.

Due giorni prima di morire, abbiamo camminato insieme. A metà tragitto volevi continuare, ma io ti ho trattenuto: il caldo era troppo, per me. E poi, così potevo avere il pomeriggio libero. Libero per cosa? Per stare davanti alla televisione? Per starmene davanti al computer? E tu, intanto, a casa. Ogni tanto mi guardavi. Ogni tanto chiedevi una carezza. Questa è stata la tua vita.

Per fortuna, di tutto questo tu non hai mai capito nulla: non conosci il concetto di colpa. Ciò che probabilmente avresti voluto era avere più tempo con me, con Chiara, con le persone della tua vita.

Ogni mattina, avresti voluto che restassi: mi guardavi andare via con occhi curiosi, intenti a capire per quale follia non stessi prendendo il guinzaglio per portarti con me. Come facevo, amore mio, a spiegarti che non era follia, ma le conseguenze del vivere in società?

C'è un meme sui boomer che scrivono che "gli animali sono meglio delle persone". Io credo che ciò che intendono è che con gli animali la comunicazione è semplice, immediata. Oggi tutto è rumore, caos, confusione, e il dialogo tra umani è diventato incredibilmente complesso. Con te, sono sempre bastate poche note.

Noi non avevamo uno spartito complicato: abbiamo fatto un po’ di agility, che ha ulteriormente cementato il nostro rapporto, ma poi... anche quella è una cosa che abbiamo abbandonato. Che ho abbandonato.
Sai bene che l’abbiamo fatto solo perché non ce la facevamo più, con i tuoi rumori, il tuo senso di protezione, la tua furia.
Ma la colpa era nostra. Tu eri un cane libero: non addestrato, non forgiato da secoli di selezione per essere una funzione, non adatto alle logiche disumane degli umani.
Tu eri solo tu.

Quando ti abbiamo trovato, io ti ho accolto controvoglia: avevo paura, ero terrorizzato da quello che sto provando adesso. Ma, amore mio, sei stato la cosa più bella che mi sia capitata, e la cosa più bella che ho fatto.

Dimmi: volevi essere un cane di strada? Ogni volta che ascolto una delle nostre canzoni, mi chiedo sempre se, potendo scegliere, saresti voluto essere il bastardo che conosce la fame e la tranquillità, o il cane che solo ogni tanto si ferma ad annusare la vita. Questo dubbio mi lacera il cuore, da anni.

Ma la mia paura – dopo qualche morso, dopo che hai rischiato anche un occhio – ha prevalso. E così ti ho tenuto con me, lontano dagli altri cani. Ho messo prima le mie paure, le mie esigenze, il mio benessere e, credevo, anche il tuo.
Eppure tu, fino all’ultimo, cercavi ancora di vivere: boccheggiante e quasi privo d'aria, curiosavi intorno alla cagnolina della clinica. Hai desiderato, Rum? Ti ho permesso di desiderare?

Per me sei stato tutto, e ora non so più intorno a cosa ruota la mia vita. Tornerò a stare davanti al computer tutto il giorno? Ho tanta, tanta paura di essere di nuovo Claudio, senza di te, senza il mio centro. Mentivo ai miei amici, ai miei genitori, alla mia ragazza, a me stesso. Mi chiudevo in una stanza vergognandomi di ciò che ero, di essere il fallimento che nessuno si aspettava, perché così grandi e magnifiche cose mi si spianavano davanti.
Tu mi hai dato una direzione da seguire, qualcosa che mi facesse capire dove andare.
Tu sei stata l’unica cosa che ho fatto davvero io, senza ingerenze, aiuti e interventi altrui. Non da solo, sia chiaro: se già amavo mamma, papà e Chiara, tu sei stato il mastice che ha reso inscindibile il nostro rapporto. Eppure sei l'unica cosa che sento di aver contribuito realmente a rendere possibile.

Penso che non sia stato abbastanza. Ma lo sai, te ne ho parlato mille volte, in mille passeggiate. In effetti, ho sceso, tenendoti per il guinzaglio, almeno un milione di scale: in una di queste, per proteggerti, mi sono rotto il piede.

Abbiamo anche litigato. Tu mi hai morso, sempre per difesa. Avevi ragione. Non eri fatto per le nostre regole umane. Alcune, molte, le hai capite e accettate. Ma non tutte, non potevi. E io questo non ho saputo capirlo.

È per questo che il mio sangue e la mia carne sono spesso entrati nella tua bocca, così come altri miei liquidi, che nel corso del tempo hai voluto assaggiare, per potermi conoscere meglio.
Cosa darei oggi per sentire di nuovo quel morso, che mi faceva sentire vivo in quei momenti in cui io, la vita, non la volevo.

Sei stato un compagno eccezionale. Mi hai dato tutto, eri disposto a dare di più. Io non credo, io so di non poter mai dare a qualcuno quello che tu hai dato a me. Hai avuto una dignità che nessun essere umano conosce.

Sento che abbiamo giocato poco, anche se era complicato giocare con te: tu volevi fare la guerra. Non sai quanto avrei pagato per sapere che quella sarebbe stata l’ultima corda, l'ultimo collo scattante, l'ultimo dente agganciato allo spago, l'ultima immane strattonata. Spero con tutto il cuore che non fosse questo che ti aspettavi da me. Forse, a voi basta davvero quello che c'è. Se è così, è una benedizione che vi invidio. Ma io non credo che troverò mai pace.

Sei stata la cosa più bella della mia vita. L’emozione più forte. La rabbia più cieca. Sei stato tu. Ma non è bastato per darti tutto quello che avrei voluto. E se non sei bastato tu… cosa potrà mai bastare?

Per dodici anni mi hai dato tutto. E ora non so se vorrò mai più vivere con un altro animale. Il dolore è devastante. Forse perché anche qui mi hai fatto un regalo: hai sofferto poco. Mezza giornata, e poi basta.

Lo rifarei, lo rifarei subito, perché sei stato perfetto. Ma sarebbe egoistico, da parte mia: non so, non credo che saprei essere migliore. Oltre alla mia intrinseca debolezza, ci sono il lavoro, la vita, gli impegni... e poi c'è questa città, che non vi vuole, che non è adatta.

Sei stato il mio canuzzo. Il mio amore. Avessi potuto, avessi saputo, ti avrei spiegato il seno della colpa, solo per farti capire il mio desiderio di perdono.
Ma con te… non serviva. Non è servito.
Con te sono stato il Claudio più vero e intimo che si possa conoscere: mi hai visto nudo, eccitato, sporco, cattivo, debole, fragile, potente. Mi guardavi, e io percepivo l'assenza di giudizio: ero libero, con te.

E ora mi sento spezzato.

Come si muoverà la mia giornata? Intorno a cosa ruoterà? Qual è il motivo per alzarsi? Persino il senso delle stagioni cambiava per te, con il tuo pelo, con il tuo odore. Avrei voluto tirare un sospiro di sollievo, come con le nonne, quando il dolore finisce. Ma no. Tu anche qui mi hai risparmiato, evitando complicazioni. E io… ti ho privato anche di uscire con me. Perché al bar c’erano altri cani. E tu… eri un cane. E io volevo farti sembrare altro. Ti ho normato. Ti ho represso. E allora mi chiedo: davvero preferivi vivere così? Davvero?

È una domanda stupida, so di farla a me stesso. Una parte di me, che odio ma che è viva e forte, risponde: "no, non era abbastanza". È quella parte che vorrebbe mollare tutto e andarsene, perché ho perso la mia ancora. La mia responsabilità. Il mio amore totale. Totale.

Non so se sono riuscito a dirtelo abbastanza. Ma era totale, quello che provavo per te.

Mi mancherai come l’aria.

E ancora non lo realizzo. Ancora non ho capito che tu non ci sei più.

Dovrò togliere la tua poltrona. I tuoi tappeti. I tuoi croccantini. Pulire, piano piano. Non ci saranno più i tuoi peletti in giro.

Ma ti prego, amore mio. Ti prego.
Perdonami.
Ti scongiuro.
Perdonami.