Conflitto d'interesse

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Conflitto d'interesse

Tranne sporadiche comparse dovute al lavoro, non frequento più facebook, e inciampo raramente sui post "di settore" anche sugli altri social.
Ecco perché ho provato ancora più fastidio del solito quando sono stato (passivo, subente) esposto alla diatriba "conflitto d'interessi".
L'impressione è che sia durata mesi, anche perché avevo buttato giù una bozza di articolo sul tema che risale a gennaio, segno che almeno per il 2026 mi (ci?) è stato imposto questo tema con ricorrenza.

Ho cancellato il papello infinito che avevo scritto, pieno di link, rimandi e annotazioni di chi ha lavorato per un decennio circa nel settore: di post simili ne trovate mille altri.
Quello che mi preme dire è una cosa molto semplice: per dare un senso al dibattito sul conflitto di interessi bisogna spostare l'attenzione dalla questione etica al tema delle relazioni di chi vive questo mondo. Non solo aziende e "creator", ovviamente, ma anche i soggetti che ricevono il messaggio (pubblico in generale, ma non solo).
Da quel che ho letto e da ciò che ho sentito, per stabilire chi sia meglio o peggio ci si affida di solito alla colpa (che è un concetto diverso da quello di responsabilità): c'è chi è puro e chi non è puro, ossia chi non è in conflitto e chi lo è.

Questo modus operandi squisitamente cattolico e italiano, e che infatti vedo pedissequamente riprodotto secondo gli stessi identici schemi dell'era berlusconiana, ha due conseguenze: la prima è che, proprio come per chi ha fatto penitenza, si guarda solo al presente di chi è "puro", senza tenere conto del fatto che se oggi può permettersi di esserlo è perché ha "peccato" in passato; la seconda è che, divenuta una questione di etica e di fede (intesa anche come fiducia), si sposti la responsabilità sul soggetto ricevente.
Ossia: se ti fidi di ciò che faccio, l'esistenza del conflitto d'interessi è irrilevante; se non ti fidi, non ti fidi per un elemento che impatta te e il tuo rapporto con me, e questo non porta dunque a mettere in dubbio la relazione in quanto tale, ma al massimo la tua capacità di analisi o il mio bias nei tuoi confronti.

Questo processo, a mio parere, finisci paradossalmente per rafforzare chi già si schierava da questo lato della barricata, perché proprio come la colpa, fa sentire il soggetto "sfidato" come potenzialmente colpevole di essersi fidato di qualcuno che è strutturalmente in una situazione "dubbia".
Pensa tu: una fazione dice A, un'altra dice B, litigano tra loro e il prodotto è il rafforzamento di chi già si riconosceva in A e chi si riconosceva in B, con allontanamento moderato di chi si trovava in C. Chi lo avrebbe mai detto, eh?

Ma la cosa davvero interessante è un'altra.
Questo dibattito, come tutti i discorsi che riguardano la legittimità di un tipo di lavoro o della tutela di un settore, sembrano non poter prendere in considerazione l'ipotesi che sia giusto fallire: esattamente come accade col giornalismo e tantissime altre professioni o aziende, ci si arrocca sull'evergreen "there is no alternative".
Una volta messi di fronte all'evidenza strutturale di un problema di relazioni e di poteri, si risponde "o così o niente", come se il niente fosse impensabile e improponibile, ossia come se l'esistenza di megafoni aziendali che fanno da rete e connessione tra pubblico e software house fosse un assunto stesso dell'umanità e della nostra società.

Questo tipo di servizio, che non inserirei di certo nella carta fondamentale dei diritti dell'essere umano, viene raccontato come obbligatorio, esistente in quanto tale, naturale. Di conseguenza, dato che lo richiede la natura della nostra società, e tenendo conto delle attuali condizioni del mercato videoludico, se l'unico modo di tenerlo in piedi è quello del farlo in conflitto d'interessi, fiat (eh? capita la battuta? eh? bellissima)!

Ma non è così.

Anteponendo l'altro a me, ossia il potenziale pubblico al mio perdurare nel settore, rimuovo un attore problematico, che tra l'altro finisce per rendere più in salute coloro che sono in grado di effettuare questo servizio senza conflitto d'interessi.
Se la difesa "finale", l'appunto al quale nessuno sembra riuscire a dare una risposta, è sempre il "o così, o chiudiamo", ebbene: chiudete!

E sia chiaro: dicendo che "non inserirei nella carta fondamentale" questi servizi, non sto sminuendo il valore delle storie, della cultura, della comunicazione, dell'arte. Non lo faccio perché la premessa di questi discorsi, oramai data quasi per scontata, è che nessuno faccia analisi o critica culturale: è sempre un po' "intrattenimento", un po' "coltivare la community", un po' "far stare bene", un po' "fa ridere ma fa anche riflettere".

Per lo stesso motivo, non ci troviamo di fronte al motivo per il quale esiste il finanziamento pubblico, ossia il supporto a posizioni minoritarie, periferiche e non dominanti, che in un contesto democratico vengono tutelate perché è solo tramite il confronto con queste posizioni che un principio si rinsalda o scopre le sue debolezze.
Ci troviamo di fronte all'opposto: un apparato che il sistema vuole riprodurlo, e che pretende di farlo in condizioni strutturali problematiche, perché non è in grado di immaginare o un'alternativa, o anche solo il fallimento della sua posizione.

Non mi sorprende: oltre dieci anni fa, quando ho iniziato a bazzicare "il settore", "e allora dammi un'alternativa!" era la risposta che ricevevo più spesso, che si parlasse di conflitto d'interessi, sostenibilità dei siti, maratone twitch e compagnia cantante. Se credi che quello che vivi sia lo stato di natura, non ti concedi di metterlo in dubbio, ma pretendi che percorsi alternativi siano invece chiari e, spesso, infallibili.

Ma fallire è vivere.
Fatevelo dire da chi non ha fatto altro per 34 anni, ed è ancora qui per raccontarlo.